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La c.d. domanda di lavoro quale minaccia alla quale non segua un danno altrui: recupero della distinzione tra i delitti di estorsione e di violenza privata e riqualificazione del reato

Cass., Sez. II Penale, 20 giugno 2019, n. 27556

IL CASO

Uno dei prevenuti proponeva ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Palermo, che ne aveva confermato la condanna alla pena di legge disposta dal giudice di prime cure in quanto ritenuto colpevole del delitto di concorso in tentata estorsione di cui al combinato disposto degli artt. 56, 110 e 629 c. p..

LA QUESTIONE

Con uno dei motivi di ricorso, l’imputato censurava infatti, ex art. 606, comma 1, lett. b) c.p.p., la sussunzione del fatto di reato ascrittogli nella fattispecie del concorso in tentata estorsione, atteso che l’assenza della forza intimidatrice delle frasi riferite e del danno ingiusto prospettato alla presunta vittima, quale la richiesta di assunzione presso un cantiere di lavoro effettuata da un soggetto precedentemente licenziato, avrebbe impedito di ritenere integrata la minaccia quale elemento costitutivo del reato de quo.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO

Il Collegio della Seconda Sezione penale ritiene parzialmente fondato il motivo di ricorso e dispone l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata con riferimento alla posizione del ricorrente, in ragione della necessità di riqualificare il fatto commesso quale delitto di violenza privata, sanzionato dall’art. 610 c.p..

La ricognizione della precedente giurisprudenza di legittimità consente infatti di recuperare il discrimen tra il delitto di estorsione e quello di violenza privata, identificato nel danno arrecato o meno alla vittima del reato dalla minaccia posta in essere dall’agente, in disparte il carattere ingiusto del profitto al quale tende l’attività intimidatoria.

Deve ritenersi esclusa, dunque, la condotta estorsiva laddove la minaccia realizzata dall’agente, pur rivolta ad un ingiusto profitto, non arreca alcun danno alla vittima del reato; chiamata quest’ultima, nella fattispecie, a retribuire attività effettive in ragione della limitazione dell’autonomia contrattuale e negoziale posta in essere dall’agente all’uopo di acquisire una posizione lavorativa regolare e tale da integrare gli estremi del delitto di violenza privata ex art. 610 c.p..

(omissis)

RITENUTO IN FATTO 

1.1  Con sentenza in data 22 dicembre 2017, la Corte di appello di Palermo, confermava la 

pronuncia del Tribunale di Trapani del 21 giugno 2016 che aveva condannato alle pene di 

legge Amico Giovanni in quanto ritenuto colpevole del delitto di concorso in tentata estorsione 

di cui al capo D) della rubrica, Caronia Benedetto e Mazzarese Salvatore perché entrambi 

colpevoli di concorso in abuso di ufficio agli stessi contestato al capo O) della rubrica. 

Avverso detta sentenza proponevano ricorso per cassazione gli imputati tramite i rispettivi difensori di fiducia; l’Amico lamentava:

(omissis)

–  violazione dell’art. 606 lett. b) cod.proc.pen. quanto alla ritenuta sussistenza del contestato 

delitto di concorso in tentata estorsione, in assenza di qualsiasi minaccia idonea a fungere da 

elemento costitutivo del reato, mancando la forza intimidatrice delle frasi riferite ed il danno 

ingiusto prospettato alla presunta vittima poiché le richieste formulate dall’imputato avevano 

sempre ad oggetto l’assunzione presso il cantiere di lavoro ed il pagamento delle spettanze per 

l’attività regolarmente svolta. 

(omissis)

2.1 II  ricorso proposto nell’interesse dell’imputato Amico Giovanni è fondato nei termini che 

verranno esposti. 

(omissis)

Parzialmente fondato è invece il quarto ed ultimo motivo con il quale si deduce l’insussistenza 

del danno ingiusto prospettato per effetto della attività intimidatoria; invero, sebbene con 

doppia valutazione conforme i giudici di merito hanno specificato come la minaccia posta in 

essere dal ricorrente unitamente ai correi in più occasioni non fosse finalizzata ad ottenere il 

pagamento delle spettanze mai saldate, bensì proprio ad impedire la prosecuzione delle attività 

lavorative da parte della ditta e ad ottenere la riassunzione dei lavoratori presso il cantiere da 

cui erano stati pochi giorni prima licenziati, tale condotta non appare integrare la contestata 

ipotesi di tentata estorsione, bensì la differente e meno grave fattispecie di violenza privata. In 

particolare la giurisprudenza di questa corte nel delineare le differenze tra le due figure di 

reato ha precisato che si configura il delitto di violenza privata e non quello di estorsione se la 

minaccia posta in essere dall’agente, pur essendo diretta al conseguimento di un ingiusto 

profitto, non arreca alcun danno alla vittima del reato (Sez. 6, n. 38661 del 28/09/2011, 

Rv. 251052); così che ove la condotta intimidatoria abbia ad oggetto la richiesta di assunzione 

presso un cantiere di lavoro effettuata da un soggetto precedentemente licenziato, non può 

ritenersi sussistere la più grave fattispecie di tentata estorsione poiché l’agente non mira ad 

imporre alcun danno ingiusto al datore di lavoro chiamato a retribuire la prestazione che si 

intende effettivamente prestare ed assicurare. La c.d. “domanda di lavoro”, ove abbia ad 

oggetto attività regolarmente svolte e non l’imposizione di c.d. guardianie o presenze imposte 

dal crimine organizzato miranti ad attuare in concreto il controllo del territorio, anche se effettuata con atteggiamenti intimidatori, avendo ad oggetto richieste di assunzione per lo 

svolgimento di attività lavorativa, non prospetta un danno ingiusto a carico del datore di lavoro 

chiamato a retribuire attività effettive ma si limita ad imporre la propria volontà su quella altrui 

così integrando la fattispecie di cui all’art. 610 cod.pen.. E nel caso in esame, i giudici di 

merito, con valutazione conforme, hanno sempre ricostruito la condotta dell’Amico nei termini 

di insistente ed anche minacciosa richiesta di essere riassunto presso il cantiere della ditta 

SIMACO, dalla quale era stato precedentemente licenziato e ciò al fine di svolgere regolare 

attività lavorativa ed ottenere la retribuzione dovuta. Siffatta richiesta di assunzione appare 

priva dei connotati tipici dell’estorsione, così come dedotto nel quarto motivo di ricorso, poiché 

il soggetto agente non mira ad imporre alcun ingiusto profitto con altrui danno, quanto a 

limitare l’autonomia contrattuale e negoziale altrui imponendo l’acquisizione di una posizione 

lavorativa regolare. 

Alla luce delle predette considerazioni, pertanto, l’impugnata sentenza deve essere annullata 

limitatamente alla posizione di Amico Giovanni, perché il fatto commesso va riqualificato ai 

sensi dell’art. 610 cod.pen. con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Palermo. 

(omissis)

P.Q.M. 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente a Caronia Benedetto e Mazzarese 

Salvatore perché il fatto commesso riqualificato ex art. 18, comma 5-bis, D.Lvo. 276/2003 non 

è previsto dalla legge come reato. Annulla la sentenza impugnata con riferimento ad Amico 

Giovanni perché il fatto commesso va riqualificato come violazione dell’art. 610 cod.pen., con 

rinvio ad altra sezione della corte di appello di Palermo. 

(omissis)

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