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Avv. Marzano

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Dott. Piscopo

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Ammesso l’esperimento in via surrogatoria dell’azione di riduzione nell’ipotesi di inerzia dei legittimari pretermessi

Cass. Civile, Sez. II, 20 giugno 2019, n. 16623

IL CASO 

La Corte distrettuale rigettava il gravame proposto avverso la sentenza del giudice di prime cure, che aveva dichiarato l’inammissibilità della domanda con la quale la banca creditrice, al fine di recuperare la somma di cui al decreto monitorio concesso e riconosciuta in ragione della formazione di un titolo esecutivo giudiziale, aveva instato affinchè venisse determinato, giusta l’art. 556 c.c., il valore dell’asse ereditario del de cuius.

LA QUESTIONE

Con uno dei motivi di ricorso, la banca creditrice censurava la dedotta pronuncia della Corte di merito per violazione e falsa applicazione degli artt. 557 e 2900 c.c. ex art. 360, comma 1, n. 3 c.c., nella parte in cui, sulla scorta del dato testuale dell’art. 557, comma 1 c.c., aveva escluso che l’azione di riduzione delle donazioni e delle disposizioni lesive della porzione di legittima, sebbene aventi ad oggetto diritti patrimoniali, potesse essere esercitata in via surrogatoria anche dai creditori personali dei legittimari pretermessi, pur in assenza di una loro rinuncia ai propri diritti sull’eredità.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO

La ricostruzione in chiave sistematica del combinato disposto degli artt. 457, 524, 557 e 2900 c.c. conduce il giudice di legittimità ad ammettere l’esercizio in via diretta dell’azione surrogatoria – prevista dall’art. 2900 c.c. – nella proposizione della domanda di riduzione di cui all’art. 557 c.c., quale diritto potestativo (c.d. diritto al diritto) azionato dai creditori dei legittimari totalmente pretermessi e che siano rimasti del tutto inerti, in guisa da recuperare la pars bonorum sufficiente a soddisfare le ragioni creditorie.

Detta domanda di riduzione realizzerà, mediante l’instaurazione di un litisconsorzio necessario tra i beneficiari delle disposizioni lesive e lo stesso debitore inerte, un’interferenza eccezionale, ma legittima, nella sfera giuridica del debitore, il quale acquisirà la qualità di erede soltanto all’esito del positivo esperimento dell’azione di riduzione, atteso il contenuto patrimoniale che distingue l’azione di riduzione dall’accettazione di eredità, quest’ultima assistita dal carattere strettamente personale. 

(omissis)

CONSIDERATO IN DIRITTO 

1.  Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato – in virtù dell’art. 360, 

comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione e falsa applicazione degli artt. 557 e 2900 

c.c., prospettando l’erroneità in punto di diritto dell’impugnata sentenza, nella 

parte in cui, con l’adottata motivazione, aveva ritenuto che l’azione di riduzione 

non potesse ritenersi trasmissibile agli eredi e non fosse cedibile, escludendo, 

quindi, che potesse essere esercitata in via surrogatoria anche dai creditori personali dei legittimari pretermessi (nel caso di specie Guarneri Alberto e 

Guarneri Costanzo), pur non avendo gli stessi mai rinunciato ai loro diritti 

sull’eredità. 

(omissis)

2.  La prima censura riguarda la  vexata quaestio  dell’ammissibilità o meno 

dell’esercizio, in via surrogatoria, dell’azione di riduzione da parte dei creditori 

dei legittimari totalmente pretermessi che – come verificatosi nel caso di 

specie – siano rimasti completamente inerti (senza, cioè, manifestare alcuna 

volontà in ordine alle disposizioni testamentarie lesive dei loro diritti). 

Rileva il collegio che è necessario, per iniziare l’esame della delicata questione 

involta dal motivo, partire dalla valorizzazione del dato testuale di cui all’art. 

557, comma 1, c.c., il quale – nell’occuparsi dei “soggetti che possono chiedere 

la riduzione” – stabilisce che la riduzione non può essere domandata che dai 

legittimari e dai loro eredi o aventi causa. 

E’, quindi, pacifico che l’azione di riduzione, in quanto azione avente natura 

patrimoniale, è cedibile e trasmissibile agli eredi mentre è discusso quale sia 

l’ambito dei soggetti legittimati che possono ricomprendersi nell’alveo degli 

“aventi causa” e, in particolare, se a tale categoria appartengano anche i 

creditori personali del legittimario pretermesso, alla cui questione – 

specificamente rilevante ai fini della risoluzione del motivo in discorso – si 

collega quella dell’esercitabilità, da parte degli stessi, dell’azione di riduzione in 

via surrogatoria e a quali condizioni essa possa ritenersi giuridicamente 

ammissibile. 

Appare evidente che la risoluzione di tale questione implica – sul piano 

generale – la necessità di ricercare un bilanciamento tra due contrapposte 

situazioni, ovvero: 

–  da un lato, quella della libertà di esercizio di diritti di natura personale quale 

è propriamente quello del delato di accettare o meno l’eredità congiuntamente 

a quella dell’autonomia negoziale del testatore; 

–  dall’altro lato, l’esigenza di preservare la garanzia patrimoniale dei creditori 

(e, quindi, il diritto al conseguimento dell’effettivo soddisfacimento delle loro 

legittime ragioni creditorie) dei legittimari pretermessi, pur non potendo questi 

ultimi considerarsi propriamente chiamati all’eredità ai sensi dell’art. 457, 

commi 1 e 2, c.c. (per se, tuttavia, la legge non preclude agli stessi di 

rinunciare all’azione di riduzione e, quindi, in caso di suo vittorioso 

esperimento, di acquisire i diritti conseguenti all’accertamento dalla lesione 

della quota di legittima). 

Deve, innanzitutto, darsi conto che la prevalente (e condivisibile) dottrina ha 

rilevato che l’azione di riduzione possa essere esercitata in via surrogatoria dai 

creditori del legittimario, potendo essi ricomprendersi nella categoria degli 

aventi causa previsti nel 1° comma del citato art. 557 c.c. (in correlazione con 

l’ultima parte dello stesso articolo). 

Osserva, tuttavia, il collegio che, fini dei riconoscimento di tale legittimazione, 

occorre valutare, in una interpretazione sistematica, le previsioni normative di 

cui agli artt. 557, 2900 e 524 c.c. . 

Invero, al di là dell’elemento letterale ricavabile dal citato art. 557 c.c., bisogna 

considerare che l’art. 2900 c.c. riconosce al creditore (per assicurare che siano 

soddisfatte o conservate le sue ragioni) la legittimazione ad esercitare i diritti e 

le azioni che spettano verso i terzi al proprio debitore (per le quali egli rimane 

inerte), a condizione che i diritti e le azioni abbiano contenuto patrimoniale – e 

l’azione di riduzione ce l’ha pacificamente – e non si verta in materia di diritti o 

di azioni indisponibili ovvero disponibili solo dal suo titolare: la circostanza, 

dunque, che la legittimazione  ex  art. 557 c.c. è riconosciuta anche agli aventi 

causa lascia intendere che non si verte in tema di azione indisponibile ovvero 

personalissima. 

Ma, a ben riflettere, la legittimazione all’azione di riduzione può ritenersi più 

estesa di quanto previsto dal comma 1 dell’art. 557 c.c., desumendosi ciò,  a 

contrario,  dal comma 3 della stessa norma, in virtù del quale i creditori 

ereditari non possono chiedere la riduzione delle disposizioni lesive, né trarne 

vantaggio, se il legittimario ha accettato con beneficio di inventario. 

Pertanto, se tale legittimazione viene espressamente riconosciuta per l’ipotesi 

in cui l’accettazione è pura e semplice (grazie alla quale i creditori del defunto 

divengono creditori personali del legittimario a seguito della confusione 

patrimoniale che viene a determinarsi), non si rinviene la ragione 

dell’esclusione della tutela patrimoniale degli originari creditori personali, 

trovandosi questi ultimi nella medesima condizione giuridica di quelli e, perciò, 

destinatari dello stesso grado di tutela. 

In altri termini, non può escludersi che una conferma della possibilità, per i 

creditori, di agire in surrogatoria sia rinvenibile nel citato comma 3 dell’art. 

557: esso – come evidenziato – vieta ai creditori del defunto l’esercizio 

dell’azione di riduzione in via surrogatoria nel solo caso in cui l’erede abbia 

accettato con beneficio d’inventario; nell’ipotesi in cui, invece, si realizzi la 

confusione dei patrimoni perché il legittimario abbia accettato puramente e 

semplicemente, il fatto che i creditori del defunto possano agire in riduzione 

implica che essi diventino creditori personali del legittimario e, quindi, come 

tali legittimati all’azione surrogatoria. 

Rimane, tuttavia, il problema di fondo di chiarire a quale titolo si può 

riconoscere la legittimazione attiva ai creditori personali dei legittimari 

totalmente pretermessi di agire in surrogatoria, raccoglimento della cui 

domanda – nella sussistenza di tutte le condizioni previste dall’art. 2900 c.c. – 

comporterebbe il riconoscimento del diritto dei creditori stessi ad ottenere la 

reintegra, in via surrogatoria, del patrimonio dei detti legittimari, proprio per 

effetto della dichiarazione giudiziale, a tutela del loro credito, delle disposizioni 

testamentarie e donative lesive dei diritti di legittima. 

Per pervenire ad una compiuta soluzione della prospettata questione si profila 

opportuno valorizzare e comprendere (anche) l’effettivo contenuto dell’art. 524 

c.c., il quale è indicativo di un’attenzione che l’ordinamento rivolge ai creditori 

del chiamato, consentendo agli stessi di “farsi autorizzare ad accettare l’eredità 

in nome e luogo del rinunziante, al solo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari 

fino a concorrenza dei loro crediti”: la dottrina specialistica osserva come, in 

effetti, questa norma preveda “nulla di più, nulla di meno di quel che 

effettivamente serve”. 

La stessa dottrina ha, infatti, opportunamente chiarito in proposito come, 

nonostante la sfortunata (e, quindi, impropria) locuzione “accettare in nome e 

in luogo del rinunciante”, deve ritenersi incontestabile che al vittorioso 

esperimento dell’azione  ex  art. 524 c.c. non consegue alcuna accettazione 

dell’eredità, né viene revocata la rinuncia da parte del debitore: si tratta, 

invero, di un espediente giuridico che persegue una finalità propriamente 

economica volto, cioè, a consentire in via esclusiva la soddisfazione delle 

ragioni dei creditori sul compendio ereditario oggetto di rinuncia. 

Il limite, quindi, entro cui la volontà del chiamato, che si è comunque espresso 

in negativo rinunciando all’eredità, può essere resa inefficace è costituito solo 

dall’interesse dei suoi creditori. 

L’art. 524 c.c. non prende, perciò, in considerazione la qualità ereditaria, né da 

essa potrebbe desumersi che la si voglia attribuire a chi vi ha già rinunziato e,’ 

a maggior ragione, a colui che si sostituisce in un atto: il  nomen iuris  utilizzato 

(«accettazione») eccede («al solo scopo di»), in effetti, la più circoscritta 

finalità di ricondurre al patrimonio del debitore la sola quantità di beni 

occorrente all’adempimento. 

Detta norma – anche quando la rinuncia all’eredità abbia costituito effetto 

dell’actio interrogatoria  contemplata dall’art. 481 c.c. (esperibile da “chiunque 

vi ha interesse”) – non implica l’acquisizione, in capo al creditore che l’ha 

esercitata e, poi, ha impugnato l’intervenuta rinuncia ai sensi del citato art. 

524 c.c., della qualità di erede ma comporta solo l’attribuzione di una speciale 

legittimazione allo stesso creditore del rinunciante (ancorché lo abbia fatto 

senza frode) per l’ottenimento del soddisfacimento della sua pretesa creditoria. 

La  ratio  dell’art. 524 c.c. di assicurare un’«efficace tutela dei creditori anteriori 

alla rinunzia» (volontaria o provocata), l’omogeneità degli interessi in gioco 

nell’unitario contesto successorio, le divergenze innegabili rispetto ai mezzi di 

conservazione della garanzia patrimoniale del libro sesto del codice ciivle, 

rappresentano elementi che inducono a ripensare il significato della condotta 

consistente nell’«accettare l’eredità in nome e luogo del rinunziante» di cui 

all’art. 524 c. c., il quale individua, in sostanza, un rimedio ibrido e del tutto 

particolare. 

Alcuni orientamenti lo riconducono ad una «peculiare figura di surrogatoria», 

da cui peraltro differisce poiché non vi è inerzia da parte del debitore, che ha 

anzi rinunziato, né coincidono gli effetti, ma, tuttavia, una sostituzione nei 

termini sopra ricordati (derivante dal voler «accettare in nome e luogo del 

rinunziante») comunque è prevista: però essa si risolve – a ben vedere – in 

un’ingerenza non nell’interesse del chiamato leso o del legittimario 

preternnesso (poiché erede rimane chi ha accettato o è stato beneficiato con 

disposizioni sia pure lesive della legittima) — bensí solo dei creditori. 

Vanificata, quindi, la rinunzia nei limiti dello stretto necessario a reintegrare le 

ragioni creditorie, al creditore del legittimario deve riconoscersi la titolarità 

all’esercizio in via surrogatoria dell’azione di riduzione, che è l’unico modo per 

rendere inefficaci le disposizioni lesive e, dunque, per «accettare in nome e in 

luogo del rinunciante», in senso figurato, la legittima. 

Ai creditori del legittimario, quindi, l’azione non è direttamente attribuita, 

agendo soltanto  utendo iuribus,  cioè facendo valere il diritto e l’azione che 

sarebbero spettati al legittimario quale titolare. Di conseguenza, risulta 

rispettato il principio per il quale al creditore è consentito di sostituirsi 

nell’azione della scelta, da parte del titolare (del relativo diritto patrimoniale e 

non personalissimo), di esercitare il diritto (di natura potestativa) o meno, e 

non anche in ordine a quella di acquistare il diritto medesimo. 

Da questa ricostruzione sistematica derivante dall’esame combinato degli artt. 

457, 524 (anche in correlazione all’art. 481), 557 e 2900 c.c., scaturisce che 

l’azione di riduzione è direttamente esperibile in via surrogatoria da parte del 

creditore del legittimario pretermesso nella specifica ipotesi di inerzia colpevole 

di questi (non essendo, perciò, necessario in tal caso il preliminare 

esperimento  dell’actio interrogatoria  e della conseguente domanda di 

autorizzazione, in caso di rinunzia, ai sensi dell’art. 524 c.c.), realizzandosi 

un’interferenza di natura eccezionale – ma legittima – nella sfera giuridica del 

debitore; infatti, l’azione surrogatoria non è altro che lo strumento che la legge 

appresta al creditore per evitare gli effetti che possano derivare alle sue ragioni 

dall’inerzia del debitore che ometta di esercitare le opportune azioni dirette ad 

alimentare il suo patrimonio, riducendo così la garanzia che esso rappresenta 

in favore dei creditori. 

Tale azione deve essere proposta contro i beneficiari delle disposizioni lesive 

nonché contro lo stesso debitore inerte (ai sensi dell’art. 2900, comma 2, c.c.), 

in qualità di litisconsorte necessario. A tal proposito è stato chiarito (cfr. Cass. 

n. 4213/1974) che, in tema di azione surrogatoria, poiché il creditore deve, a 

norma dell’art. 2900, comma 2, c.c., citare anche il debitore al quale intende 

surrogarsi, tale espressa volontà di legge è sufficiente a determinare il 

litisconsorzio necessario fra i tre soggetti e l’inscindibilità della causa a cui 

devono partecipare, sicché risulta superflua ogni altra indagine sulla necessità 

di tale partecipazione ai fini dell’integrità del contraddittorio e, quindi, della 

validità del processo e della sentenza in esso pronunziata. 

Il risultato di tale ricostruzione non contrasta con il principio, del tutto 

consolidato, secondo cui il legittimario pretermesso acquista la qualità di erede 

soltanto all’esito del positivo esperimento dell’azione di riduzione (Cass., 26 

ottobre 2017, n. 25441; Cass., 3 luglio 2013, n. 16635; Cass., 13 gennaio 

2010, n. 368; Cass., 20 novembre 2008, n. 27556; Cass., 28 ottobre 1974, n. 

3220; Cass., 28 gennaio 1964, n. 204). In tale prospettiva è stato precisato 

che, ove detta azione non comporti, in concreto, l’acquisizione di beni, 

l’acquisto della qualità di erede non ha luogo. Ne deriva che la facoltà di 

esercitare l’azione di riduzione, intesa quale diritto potestativo (c.d. “diritto al 

diritto”), costituisce un  prius  rispetto all’accettazione e al conseguimento 

dell’eredità, che possono anche – come sopra evidenziato – non verificarsi. 

Non possono, peraltro, sottacersi le differenti nature dell’azione di riduzione e 

dell’accettazione di eredità: la prima, come sopra evidenziato, di contenuto 

patrimoniale; l’altra, strettamente personale, ed implicante profili di carattere 

morale e sociale. 

Deve, pertanto, ritenersi che non sia condivisibile la prospettazione, nell’ambito 

della dottrina pur favorevole all’ammissibilità dell’azione di riduzione da parte 

del creditore del legittimario pretermesso, della necessità di una previa 

accettazione dell’eredità, nel caso eccezionalmente prevista prima dell’esercizio 

dell’azione di cui all’art. 553 c.c. . 

Ne consegue che l’esercizio dell’azione di riduzione da parte dei creditori del 

legittimario pretermesso, anche in virtù dell’esigenza di contemperare la tutela 

dei creditori del legittimario (soprattutto nelle ipotesi di “pretermissione 

amica”) con il principio secondo cui nessuno può assumere la qualità di erede 

contro la propria volontà, se da una parte consente a detti creditori il recupero 

di quella  pars bonorum  sufficiente a soddisfare le proprie ragioni, dall’altro non 

determina, in virtù del richiamato meccanismo previsto dall’art. 524 c.c. – della 

cui applicabilità, per effetto della forte analogia fra le situazioni sottese ad 

entrambe le fattispecie, si è già detto – l’acquisto della qualità di erede in capo 

al legittimario pretermesso. 

In virtù delle complessive argomentazioni svolte il primo motivo deve essere, 

perciò, accolto, enunciandosi il seguente principio di diritto al quale il giudice di 

rinvio dovrà uniformarsi:  “è ammissibile l’esercizio in via diretta dell’azione 

surrogatoria – prevista dall’art. 2900 c.c. – nella proposizione della domanda di 

riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima da 

parte dei creditori dei legittimari totalmente pretermessi che siano rimasti del 

tutto inerti”.

(omissis)

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