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Rinvio pregiudiziale alla CGUE sulla estensione della nozione di consumatore al condominio

Trib. Milano, Sez. III Civ., ord. 1 aprile 2019

IL CASO

Un condominio promuoveva giudizio di opposizione al precetto con il quale una società aveva intimato il pagamento di alcune somme, a titolo d’interessi di mora per il ritardato pagamento di alcune rate di un importo concordato dalle parti, in sede di mediazione, mediante sottoscrizione di apposito verbale. Veniva dedotta l’efficacia ricognitiva del debito, propria del verbale di mediazione, e la sua qualità di titolo esecutivo limitatamente alle somme ivi indicate e non anche a quelle estranee all’accordo. 

Il giudice a quo assumeva invece quale questione pregiudiziale l’esame in ordine al carattere vessatorio della clausola con la quale era stato definito il tasso degli interessi moratori.

LA QUESTIONE GIURIDICA

Nella giurisprudenza di legittimità ed in quella della Corte di Giustizia dell’Unione europea si registrano impostazioni difformi in punto di equiparazione o meno del condominio ad un consumatore, presupposto di una compiuta valutazione della prefata questione pregiudiziale.

La Corte di Cassazione ha ammesso l’applicazione della disciplina posta a tutela dei consumatori anche ai contratti conclusi dal condominio, ente di gestione privo di personalità giuridica distinta da quella dei singoli condomini; i quali ultimi, invece, sono consumatori, in quanto persone fisiche che agiscono per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale.

Diversamente, la Corte di Giustizia ha interpretato restrittivamente la nozione di consumatore, come riferita alle sole persone fisiche, sebbene dotata di carattere oggettivo, in guisa da imporre al giudice nazionale la considerazione di tutte le circostanze del caso concreto.

IL QUESITO

Il Tribunale di Milano deferisce pertanto alla Corte di Giustizia dell’Unione europea un quesito giuridico inerente l’inapplicabilità al condominio della nozione di consumatore, ovvero se detta nozione, quale accolta dalla direttiva 93/13/CEE, osti alla qualificazione come consumatore di un soggetto (quale il condominio nell’ordinamento italiano) che non sia riconducibile alla nozione di “persona fisica” e di “persona giuridica”, allorquando tale soggetto concluda un contratto per scopi estranei all’attività professionale e versi in una situazione di inferiorità nei confronti del professionista sia quanto al potere di trattativa, sia quanto al potere di informazione.

La vigente nozione restrittiva di consumatore, infatti, come riferita alla sola distinzione fra persona fisica e persona giuridica, è suscettibile di non ricomprendere il complesso delle situazioni soggettive che sfuggano a tale dicotomia, posto che vi sono alcuni soggetti, quali il condominio, che, pur non sussumibili nella categoria delle persone fisiche o delle persone giuridiche, possono comunque trovarsi in una posizione di soggezione rispetto al professionista, con riguardo ai profili richiamati nel quesito oggetto di rinvio pregiudiziale alla CGUE.

(omissis)

La natura giuridica del condominio è oggetto di contrastanti orientamenti della dottrina e della giurisprudenza nazionali.
Grande fortuna ha avuto nella giurisprudenza nazionale la definizione del condominio quale “ente di gestione sfornito di personalità distinta da quella dei suoi partecipanti” (tra le tante, Cass., 9 novembre 2017, n. 26557, Cass., 21 febbraio 2017, n. 4436, Cass. 24 luglio 2012, n. 12911); definizione che, pur ricomprendendo tanto la collettività dei singoli condomini, quanto il profilo gestionale del condominio, ha, tuttavia, secondo alcuni autori, consentito di eludere e non di risolvere i problemi relativi alla soggettività del condominio.
Recentemente Cass. 18 settembre 2014, n. 19663, rilevato come la formula del condominio quale “ente di gestione” “rischia di generare equivoci circa la possibilità di attribuire al condominio una soggettività paragonabile a quella correttamente ricollegata agli enti collettivi non riconosciuti come persone giuridiche” ha, valorizzando alcune norme recentemente introdotte e sopra ritrascritte (artt. 1129, co. 12, n. 4, 1135, n. 4 e 2659 c.c.), affermato che non è possibile ignorare la tendenza verso la “progressiva configurabilità in capo al condominio di una sia pur attenuata personalità giuridica, e comunque sicuramente, in atto, di una soggettività giuridica autonoma” (nel senso della configurabilità del condominio quale soggetto distinto dai singoli condomini, pur se non dotato di autonomia patrimoniale perfetta, anche Cass., 29 marzo 2017, n. 8150).
3. Il motivo del rinvio pregiudiziale.
Il giudice del rinvio ritiene che la clausola contenuta nell’art. 6.3 del contratto originariamente concluso dalle parti (ed espressamente richiamato nel verbale di mediazione sulla base del quale è stato notificato il precetto oggetto di opposizione) possa essere valutata come clausola vessatoria ai sensi dell’art. 33, co. 2, D.Lgs. n. 206/2005; questione rilevante ai fini della presente decisione, atteso che, ove effettivamente ad una simile conclusione si arrivasse, potrebbe non esser dovuta alcuna somma alla parte opposta (Corte di giustizia, 30 maggio 2013, C-488/11, Asbeek Brusse) e, pertanto, l’opposizione potrebbe essere accolta.
Presupposto per una simile conclusione è, tuttavia, la possibilità di rinvenire nel condominio un consumatore; possibilità della quale il giudice del rinvio dubita.
Secondo una consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione “al contratto concluso con un professionista da un amministratore di condominio, ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei suoi partecipanti, si applica la disciplina di tutela del consumatore, agendo l’amministratore stesso come mandatario con rappresentanza dei singoli condomini, i quali devono essere considerati consumatori, in quanto persone fisiche operanti per scopi estranei ad attività imprenditoriale o professionale” (Cass. 22 maggio 2015, n. 10679; conformi, tra le altre, Cass. 12 gennaio 2005, n. 452, Cass. 24 luglio 2001, n. 10086).
Il giudice del rinvio rileva, tuttavia, come la nozione (comunitaria e nazionale –adottata in sede di recepimento della disciplina Europea) di consumatore abbia riguardo alla “persona fisica” che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta. Alla sola “persona fisica” fanno riferimento, in particolare, tanto l’art. 2, lett. b) direttiva 93/13/CEE (e, in Italia, l’art. 3, co. 1, D.Lgs. n. 206/05), quanto, tra l’altro, l’art. 3, lett. a) direttiva 2008/48/CE (richiamato dall’art. 4, direttiva 2014/17/UE e, già, l’art. 1.2, lett. a direttiva 87/102/CEE), l’art. 1.2, lett. a) direttiva 1999/44/CE, l’art. 2, n. 1 direttiva 2011/83/UE, nonché il regolamento (CE) n. 593/08 (art. 6); alla “persona” fa riferimento l’art. 17 regolamento (UE) n. 1215/2012 (nonchè, precedentemente, gli artt. 15 regolamento CE n. 44/2001 e 13 convenzione di Bruxelles del 1968 concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale).
Ebbene, tanto ove si accolga la nozione “tradizionale” di condominio quale ente di gestione, quanto ove si faccia invece riferimento al condominio come ad un soggetto giuridico autonomo rispetto ai singoli condomini (questione che, secondo questo giudice, ha rilievo meramente interno), sussiste (nonostante la citata, consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione da ultimo citata) la difficoltà di considerare il condominio quale “persona fisica” e, pertanto, quale consumatore.
Del resto, la stessa giurisprudenza della Corte di giustizia ha offerto, del consumatore, una nozione restrittiva.
Con la sentenza 22 novembre 2001, C-541/99 e C-542/99, Cape s.n.c., con riferimento a due contratti conclusi da imprenditori (uno dei quali avente forma di società in nome collettivo e l’altro di società a responsabilità limitata), la Corte di giustizia ha affermato che “la nozione di «consumatore», come definita dall’art. 2, lett. b), della direttiva, dev’essere interpretata nel senso che si riferisce esclusivamente alle persone fisiche”.
In numerose occasioni la stessa Corte di Lussemburgo ha peraltro esaminato la portata della nozione di consumatore accolta dall’art. 2, lett. b) della direttiva 93/13/CEE non nella prospettiva (pur evocata dalla lettera della disposizione da ultimo citata –e di quelle precedentemente richiamate) della dicotomia persona fisica – persona giuridica, ma avendo riguardo alla qualità dei contraenti, al fatto cioè che gli stessi, nel concludere il contratto, agiscano o meno nell’ambito della propria attività professionale (tra le tante, Corte di giustizia, 19 novembre 2015, C-74/15, Tarcau, Corte di giustizia, 15 gennaio 2015, C- 537/13, Šiba, Corte di giustizia, 30 maggio 2013, C- 488/11, Asbeek Brusse e de Man Garabito). Un simile orientamento è stato dalla Corte fatto proprio in considerazione della ratio della complessiva tutela accordata al consumatore e, cioè, sulla base della situazione di inferiorità nella quale versa il consumatore rispetto al professionista per quanto riguarda sia il potere di trattativa sia il livello di informazione; situazione di inferiorità che induce il contraente debole ad aderire alle condizioni predisposte dal professionista, senza poter incidere sul contenuto delle stesse (ex plurimis, oltre alle due decisioni da ultimo citate, v. anche, Corte di giustizia, 26 ottobre 2006, C-168/2005, Mostaza Claro) e che giustifica l’intervento esercitato ai sensi dell’art. 6 della direttiva 93/13/CEE destinato a sostituire ad un equilibrio tra le parti solo nominale un equilibrio reale, teso a ristabilire l’eguaglianza sostanziale tra le parti (tra le tante, Corte di giustizia, 17 luglio 2014, C-169/14, Sanchez Morcillo, Corte di giustizia, 14 giugno 2012, C-618/10, Banco Espanol de Crédito).
È stato in tal modo affermato che la nozione di consumatore ha “carattere oggettivo” e prescinde dalle conoscenze concrete che l’interessato può avere o dalle informazioni delle quali egli realmente dispone, sì che il giudice nazionale, per verificare se un contraente possa essere qualificato come consumatore, deve tenere in considerazione tutte le circostanze del caso concreto e, in particolare, la “natura del bene o del servizio del contratto considerato, idonee a dimostrare i fini per i quali il bene o il servizio è acquisito” (Corte di giustizia, 3 settembre 2015, C-110/14, Costea, sentenza con la quale la Corte ha affermato che non può escludersi la possibilità di qualificare un avvocato come consumatore nel caso in cui tale avvocato agisca per fini non rientranti nella propria attività professionale, atteso che “un avvocato che stipuli con una persona fisica o giuridica, la quale agisce nell’ambito della sua attività professionale, un contratto non correlato all’esercizio della professione legale, segnatamente in quanto privo di collegamento con l’attività del suo studio, versa infatti, rispetto a tale persona, nella situazione di inferiorità” che è alla base della tutela apprestata al consumatore).
A conclusioni analoghe la Corte di giustizia è pervenuta anche nell’interpretazione delle norme relative alle controversie transfrontaliere.
In particolare, pur precisando che le nozioni contenute in tali strumenti normativi devono essere interpretate in maniera autonoma, la Corte di Lussemburgo ha affermato che “per garantire il rispetto degli obiettivi perseguiti dal legislatore Europeo nel settore dei contratti conclusi dai consumatori, nonché la coerenza del diritto dell’Unione, si deve tenere parimenti conto della nozione di “consumatore” contenuta in altre normative dell’Unione” (Corte di giustizia, 25 gennaio 2018, C-498/16, Schrems che richiama anche Corte di giustizia, 5 dicembre 2013, C- 508/12, Vapenik) ed ha adottato una interpretazione “restrittiva” (Corte di giustizia, 25 gennaio 2018, C-498/16, Schrems) di consumatore fondata anche sull’esigenza di rispettare i principi generali posti in materia di giurisdizione con riferimento ai rapporti contrattuali.
Così, nell’interpretare la nozione autonoma di consumatore accolta sin dalla convenzione di Bruxelles del 1968, concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, la Corte ha ritenuto che gli artt. 13 e 14 di tale convenzione hanno riguardo al “consumatore finale privato, non impegnato in attività commerciali o professionali” (Corte di giustizia, 19 gennaio 1993, C-89/91, Corte di giustizia, 21 giugno 1978, C-150/77, Società Bertrand). Nello stesso senso, sempre con riferimento alle richiamate disposizioni della Convenzione di Bruxelles, la Corte di giustizia ha osservato che “al fine di stabilire lo status di consumatore di una persona, nozione che va interpretata restrittivamente, occorre riferirsi al ruolo di tale persona in un contratto determinato, rispetto alla natura ed alla finalità di quest’ultimo, e non invece alla situazione soggettiva di tale stessa persona (…) E’ quindi conforme sia alla lettera, sia allo spirito nonché alla finalità delle disposizioni considerate la conclusione che il particolare regime di tutela da esse istituito riguarda unicamente i contratti conclusi al di fuori ed indipendentemente da qualsiasi attività o finalità professionale, attuale o futura” (Corte di giustizia, 3 luglio 1997, C-269/95, Benincasa); principio, questo, sulla base del quale è stato successivamente affermato che “un soggetto che ha stipulato un contratto relativo ad un bene destinato ad un uso in parte professionale ed in parte estraneo alla sua attività professionale non ha il diritto di avvalersi del beneficio delle regole di competenza specifiche previste dagli artt. 13- 15 della detta Convenzione, a meno che l’uso professionale sia talmente marginale da avere un ruolo trascurabile nel contesto globale dell’operazione di cui trattasi, essendo irrilevante a tale riguardo il fatto che predomini l’aspetto extraprofessionale” (Corte di giustizia, 20 gennaio 2005, C-464/01, Gruber).
Ancora, con la decisione 25 gennaio 2018, C-498/16, Schrems la Corte di giustizia ha ribadito che la nozione di consumatore “si definisce per opposizione a quella di operatore economico” e prescinde dalle conoscenze o dalle informazioni di cui una persona realmente dispone, sì che “né le competenze che l’interessato possa acquisire nel settore nel cui ambito rientrano tali servizi, né il suo impegno ai fini della rappresentanza dei diritti degli interessi degli utilizzatori di tali servizi lo privano della qualità di «consumatore» ai sensi dell’articolo 15 del regolamento n. 44/2001”; ne discende, secondo la Corte, che “Un’interpretazione della nozione di «consumatore» che escludesse tali attività si risolverebbe, infatti, nell’impedire una tutela effettiva dei diritti di cui i consumatori dispongono nei confronti delle loro controparti professionali, compresi quelli relativi alla protezione dei loro dati personali”.
Ebbene, la mera lettura della definizione normativa di consumatore e la sopra citata giurisprudenza della Corte di giustizia inducono a ritenere che, a dispetto della giurisprudenza della Corte di cassazione italiana, il condominio non possa essere considerato consumatore, non essendo una “persona fisica”.
Questo giudice nutre tuttavia un residuale dubbio derivante dal fatto che la distinzione tra persona fisica e persona giuridica (alla base della nozione di consumatore e professionista accolta dal legislatore Europeo) rischia di non ricomprendere situazioni soggettive (peraltro esistenti solo in alcuni ordinamenti degli Stati membri) che sfuggono ad una simile, rigida dicotomia.
Che il legislatore Europeo, nell’approntare la tutela del consumatore, abbia avuto riguardo ad una simile distinzione, ritenuta esaustiva di tutte le entità soggettive conosciute dagli ordinamenti degli Stati membri, sarebbe confermato, secondo il giudice del rinvio, oltre che dalle disposizioni normative sopra citate (e dalle corrispondenti definizioni di professionista ed imprenditore), anche dal considerando 13 della direttiva 2011/83/UE il quale, nel far salva la competenza degli Stati membri in ordine alla conservazione o introduzione di una legislazione nazionale corrispondente a quella della direttiva da ultimo richiamata, in materia di contratti pur non rientranti in tale direttiva, prevede, a titolo esemplificativo, la facoltà per gli Stati membri di estendere l’applicazione delle norme della direttiva alle (sole) “persone giuridiche o alle persone fisiche che non sono consumatori ai sensi della presente direttiva”.
È tuttavia possibile che soggetti non riconducibili alle categorie della persona fisica o della persona giuridica possano trovarsi (sia quanto al potere di trattativa, sia quanto al livello di informazione) in una situazione di inferiorità rispetto al professionista tale da giustificare una tutela (sostanziale e processuale) idonea a sostituire ad un equilibrio tra le parti solo formale un equilibrio reale ed una eguaglianza sostanziale tra le parti.
In tali casi, il giudice del rinvio intende verificare se l’interpretazione teleologica delle norme a tutela del consumatore offerta dalla Corte di giustizia sia tale da consentire di rinvenire lo status di consumatore anche ad un soggetto che non può essere considerato persona fisica o persona giuridica.

P.Q.M.

Il Tribunale così provvede:
1) rimette alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la seguente questione pregiudiziale: “Se la nozione di consumatore quale accolta dalla direttiva 93/13/CEE osti alla qualificazione come consumatore di un soggetto (quale il condominio nell’ordinamento italiano) che non sia riconducibile alla nozione di “persona fisica” e di “persona giuridica”, allorquando tale soggetto concluda un contratto per scopi estranei all’attività professionale e versi in una situazione di inferiorità nei confronti del professionista sia quanto al potere di trattativa, sia quanto al potere di informazione”;

(omissis)

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