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Deferita q.l.c. del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale per violazione del principio di ragionevolezza e di proporzione della pena

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Deferita q.l.c. del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale per violazione del principio di ragionevolezza e di proporzione della pena

Trib. Torino, Sez. IV Pen., 29 gennaio 2019

IL CASO

L’imputato, mediante la pronuncia di frasi rivolte agli agenti delle FF. OO. in luogo pubblico, offendeva l’onore ed il prestigio dei pubblici ufficiali, impegnati nel compimento di un atto d’ufficio, a causa  e  nell’esercizio delle loro funzioni ed  alla  presenza  di  più  persone.

La  difesa  dell’imputata, in sede di conclusioni, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 341-bis c.p., atteso il contrasto della disposizione de qua, che presidia un bene giuridico precipuamente pubblicistico, quale il regolare svolgimento dei compiti del pubblico ufficiale, con  i parametri di cui agli artt. 3, comma 1 e 27, comma 3 Cost..

Con riferimento alla violazione del canone di ragionevolezza e di proporzione della pena, la difesa dell’imputata assume quale tertium comparationis, condiviso dal giudice a quo, il delitto di oltraggio ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario di cui all’art. 342 c.p., in ragione degli elementi che assimilano le due fattispecie incriminatrici; nonché il delitto di ingiuria, come aggravato ex art. 61, n. 10 c.p., di cui all’abrogato art. 594 c.p. (d.lgs. n. 7/2016). Il graduale processo di depenalizzazione che ha avuto ad oggetto il delitto di oltraggio ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario assurge infatti ad indice della violazione dei richiamati parametri costituzionali, vulnerati dal trattamento sanzionatorio contemplato dall’art. 341-bis c.p., che, anche per la previsione della procedibilità ex officio del reato, risulta deteriore, nel genere e nel quantum, rispetto alla sanzione che assiste la fattispecie di cui all’art. 342 c.p..

LA QUESTIONE DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE

Nella correttezza della fattispecie criminosa contestata all’imputata ed individuata nel capo di imputazione e nella rilevanza delle questioni prospettate nel giudizio a quo in relazione all’art. 341-bis c.p., il giudice di merito deferisce pertanto alla Corte costituzionalela la questione di legittimità dell’art.  341-bis del codice  penale in  relazione  agli  artt. 3 e 27 Cost., nella parte in cui punisce con la reclusione fino a tre anni la condotta di chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico ed in presenza di più  persone, offenda l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni.

(omissis)

Viene   invocato    l’intervento    della    Corte costituzionale affinché’ verifichi che, anche nel

caso di specie, sia stato  rispettato,  da  parte  del  legislatore,  il   limite   della ragionevolezza

nell’uso  della  discrezionalità  che  gli  compete    nello  stabilire    quali    comportamenti    siano 

criminali  e  quali  sanzioni debbano essere ad  essi  irrogate.  Questo  vaglio  permetterebbe 

di accertare, in base al parametro costituzionale  di  cui  all’art.  3,l’eventuale  violazione  del  

principio   di   uguaglianza   a   cui corrisponderebbe una disparità di  trattamento  tra  casi 

uguali  o simili. Il difensore individua il tertium comparationis  da  porre  a confronto con il

principio di cui all’art. 3 della Costituzione,  sia nel delitto di oltraggio  ad  un  corpo  politico, 

amministrativo  o giudiziario (art. 342 del codice penale), sia in quello depenalizzato di cui al

combinato  disposto  dagli  articoli  594  e  61  n.  10  del  codice  penale  Viene  osservato  che  il 

delitto  previsto  dall’art.  342  del codice penale ha subito, dal 1930 ad oggi, un  graduale 

processo  di depenalizzazione: detto illecito penale,  infatti,  inizialmente  era punito con la 

reclusione  da  sei  mesi  a  tre  anni,  ovvero  più gravemente rispetto alla fattispecie dell’art.

341 del codice  penale (punita con pena da sei mesi a due anni); con la legge n. 205/1999 la

pena per esso prevista era ridotta nel  minimo  edittale  a  quindici giorni di reclusione ed

infine, con la legge  n.  85/2006,  sostituita con  la sola pena pecuniaria. Il corollario che  ne

discende è che,  a parità di condizioni, l’offesa al  Corpo  politico,  amministrativo, giudiziario,

dopo  essere  stata  considerata  per  molto  tempo  più  grave  del  reato  di  oltraggio  a  pubblico

ufficiale,  sia    connotata    oggi    da  una  minor  gravità  e,  conseguentemente,  sanzionata    in 

maniera  più mite.  

Per  quanto  concerne,  invece,  il  reato  di  ingiuria  aggravata,  esso  è  stato  di  recente

depenalizzato (decreto  legislativo  n.  7/2016). Tutto  quanto  ciò  fa  apparire  assolutamente 

sproporzionata   la sanzione della pena fino a tre anni di reclusione,  prevista  per  il delitto di

oltraggio a  pubblico  ufficiale,  nonché’  la  previsione della sua procedibilità d’ufficio. 

A  conclusione  delle  proprie  osservazioni,  la  difesa  dell’imputata  L.  D.  eccepisce

l’incostituzionalità  dell’art.    341-bis    del    codice  penale  per    due    ragioni:    la    violazione 

dell’art.  3  della  Carta Costituzionale, per il fatto della sua permanenza nel  codice  penale

sostanziale;  la  violazione  dell’art.  27,  3  comma  Costo  per  via    della  sanzione  prevista  dalla

legge, detentiva e non pecuniaria come invece sancito per il delitto di cui all’art. 342 del codice

penale.

(omissis)

Non manifesta infondatezza delle  questioni  sollevate  nel  presente giudizio. 

In relazione all’art. 3 della Costituzione. 

Questo giudice non condivide la tesi di chi  ha  posto  alla  sua attenzione  la  questione  di 

legittimità  costituzionale  fin  qui sintetizzata, in base alla quale il bene giuridico tutelato da 

norme penali come l’art. 342 e l’art. 341-bis sia da ritenersi  obsoleto  e non più attuale. 

L’illecito    previsto    dall’art.    341-bis    del    codice    penale    si  presenta  come    reato 

plurioffensivo,  al  pari  di  quello  previsto dall’art. 342 del codice penale, in quanto lesivo  sia 

dell’onore  e del decoro della persona investita di  pubbliche  funzioni,  che  del prestigio della

pubblica  amministrazione,  considerata  come    complesso  di  organi  aventi  scopi  pubblici.

Questo lo si  evince  non  solo  dal fatto che, per la sua sussistenza,  la  legge  prevede  che 

l’offesa all’onore  e  al prestigio del  pubblico ufficiale sia  avvenuta   in   un luogo pubblico o

aperto al pubblico e alla presenza di più  persone, ma soprattutto dal fatto che sia necessario

che il pubblico ufficiale sia oltraggiato mentre compie un atto del suo ufficio ed  a  causa  o

nell’esercizio delle sue  funzioni.  Si  deduce,  infine,  la  natura plurioffensiva  del  delitto   in  

questione,      anche      dal      doppio  risarcimento  nei  confronti  della  persona    del    pubblico 

ufficiale  e dell’ente di appartenenza. 

Gli interessi  giuridici  dell’onore  e  del  prestigio,  sottesi all’art. 341-bis del codice penale,

non    vanno    interpretati,    però,  come  dignità  e  rispetto  ai  quali  la  persona  del    pubblico 

ufficiale  ha  diritto  per  il  semplice  fatto  di  svolgere  una    pubblica    funzione,  ritenendolo,

pertanto, maggiormente degno di  essere  tutelato  dalle offese rispetto al comune  cittadino, 

nei  confronti  del  quale  il delitto di ingiuria è stato depenalizzato.  

La ratio della fattispecie incriminatrice deve essere individuata nella esigenza, squisitamente

pubblicistica, di garantire il regolare svolgimento dei compiti del pubblico ufficiale, senza che 

le  offese dirette alla sua persona possano turbarne l’operato.  

Ed è, pertanto, in questa ottica che il bene giuridico  tutelato dal legislatore attraverso l’attuale

norma sull’oltraggio a  pubblico ufficiale  deve,  a  parere  di  chi  scrive,  essere   inteso,   con

conseguente affermazione dell’importanza della permanenza all’interno del codice penale, di

una norma che vieti  e  sanzioni  comportamenti oltraggiosi nei confronti dei pubblici ufficiali. 

Cionondimeno, questo giudice  non  può  esimersi  dall’osservare come, a parità di interessi

giuridici tutelati, sussista una  iniqua sproporzione tra la sanzione  applicata  nel  caso  della 

violazione dell’art. 342 del codice penale e quella,  notevolmente  più  grave, inflitta nel caso 

della    violazione    dell’art.    341-bis    del    codice  penale,  per  i  motivi  già  sopra  indicati

nell’esporre la questione di legittimità sollevata nel procedimento penale a carico di L. D.  

In  particolare,  si  assume  violato  l’art.  3  della  Costituzione    e,  in  specie,  il  principio  di 

eguaglianza    formale    e    sostanziale    ivi  consacrato,  «che  comporta  che  siano    trattate 

ugualmente  situazioni eguali e diversamente situazioni diverse, con la conseguenza che ogni

differenziazione,   per   essere   giustificata,    deve    risultare ragionevole, cioè razionalmente

correlata al  fine  per  cui  si  è inteso stabilirla». 

Le  due  fattispecie  incriminatrici  che  si  ritiene  di  dover  porre  a  confronto,  ovvero  quella

dell’oltraggio  a  pubblico  ufficiale  e  quella  dell’oltraggio  a  Corpo  politico,  amministrativo  o

giudiziario,  hanno in comune diversi elementi. Innanzitutto entrambe  offendono  l’onore e/o

il  prestigio  di  soggetti  che  rivestono  la  qualifica    di    pubblici  ufficiali  e  tutelano  interessi 

giuridici  sostanzialmente  identici, nei termini e con  la  valenza  sopra  esposta.  Nel  caso 

dell’art. 341-bis del codice penale l’offesa deve avvenire nei confronti di  un pubblico ufficiale

mentre compie un  atto  d’ufficio  ed  a  causa  o nell’esercizio delle sue funzioni; nel caso

dell’art.  342  del    codice  penale    l’offesa    deve    essere    rivolta      ad      un      Corpo      politico,

amministrativo o giudiziario, o di  una  rappresentanza  di  esso,  o  di  una  pubblica  Autorità

costituita in collegio, al cospetto di essi. 

Nei reati in esame, pertanto, è previsto che l’azione  criminosa sia perpetrata, rispettivamente

nei confronti  del  singolo  pubblico ufficiale e nei confronti  di  due  o  più  pubblici  ufficiali 

che  operano  in  sinergia  tra  di  loro.  Anche  se  all’art.  341-bis  del  codice  penale  non  è 

specificato,  come  invece  all’art.  342  del  codice penale, che  l’offesa  debba  avvenire  «al 

cospetto»  del  pubblico ufficiale, tale (comune) presupposto lo si deduce dal fatto  che,  se il

pubblico ufficiale sta compiendo un atto  del  suo  ufficio  (come richiesto dalla norma), deve

essere necessariamente presente. 

Allo  scopo  di  individuare  le  ragioni  che  hanno  spinto  il legislatore a prevedere, per effetto

dell’art. 1, comma 8,  legge  15 luglio 2009, n. 94, l’art. 341-bis del  codice  penale,  con  cui  è

stata reintrodotta, nel nostro ordinamento, dopo  circa  un  decennio dalla  sua  abrogazione, 

la  fattispecie  di  oltraggio  a  pubblico ufficiale, e a punirla  in  modo  così  differente  (e  più 

grave)  rispetto  alla  fattispecie,  sostanzialmente  uguale,  per  i  motivi  sopra  emarginati, 

dell’oltraggio    a    Corpo    politico,      amministrativo      o  giudiziario,  non  soccorrono  i  lavori

parlamentari. 

Sempre   secondo   la   sopra   citata   sentenza   della   Corte costituzionale n. 22 del  2007,  il 

sindacato  di  costituzionalità «può investire le pene scelte dal legislatore solo  se  si  appalesi

una  evidente  violazione  del  canone  della  ragionevolezza,  in  quanto  ci  si  trovi  di  fronte  a

fattispecie  di  reato  sostanzialmente    identiche,  ma  sottoposte  a  diverso  trattamento

sanzionatorio». 

Nel  caso  di    specie    la    violazione    dell’eguaglianza,    declinata  appunto    come    disparità  

(ingiustificata)      di      trattamento      tra  situazioni    eguali      o      comunque      assimilabili      in  

relazione   a significativi aspetti  delle  fattispecie,  è  resa  evidente  dalla diversa natura della

sanzione prevista dal  legislatore  per  le  due fattispecie  in  esame  (art.  342  del  codice 

penale,      norma      in  comparazione,  e  art.    341-bis    del    codice    penale),    rispettivamente

pecuniaria e detentiva. Tale ingiusta disparità  di  trattamento  si manifesta non soltanto sotto

il profilo della specie della  pena,  ma anche per quanto riguarda i  limiti  entro  i  quali  e’ 

ammessa  la sospensione condizionale della pena (art. 164,  2  comma  del  codice penale) e gli

effetti della esecuzione della pena in caso di  mancata sospensione della stessa. 

In relazione all’art. 27, 3 comma della Costituzione. 

La pena prevista per l’art.  341-bis  del  codice  penale,  nella parte in cui prevede una pena

detentiva con un  massimo  edittale  di tre anni di reclusione, appare infatti, per le ragioni già 

esposte, contrastare anche con l’art. 27, 3 comma della Costituzione. 

Pur senza addentrarsi nel noto dibattito  sulla  finalità  della pena, è evidente che una sanzione

inadeguata nella  specie  e  nella quantità, non in armonia con l’attuale contesto storico in cui 

deve essere concretamente applicata,  nel  quale  risulta  già  da  tempo avviato un processo

volto  a  depenalizzare  gli    illeciti    meno    gravi,  contrasti  con  l’obbligo  di  tendere  alla 

rieducazione,  generando  un senso di generale di sfiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni, ed

andando a incidere negativamente sul percorso rieducativo del reo.  

(omissis)

Ad avviso di questo giudice,  pertanto,  le  questioni  sollevate dalla  difesa  dell’imputata  sono 

non  manifestamente  infondate  e rilevanti, nei limiti sopra esposti. 

P.Q.M.

Letto l’art. 23, legge 11 marzo 1953, n. 87,

Dichiara rilevante e non manifestamente infondata la  questione di legittimità costituzionale

dell’art.  341-bis  del  codice  penale  in  relazione  agli  articoli  3  e  27  della  Costituzione,  nella

parte in cui punisce la condotta di  chiunque,  in  luogo  pubblico  o  aperto  al pubblico e in 

presenza  di  più  persone,  offenda  l’onore  ed  il prestigio di un pubblico ufficiale mentre

compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni, con la reclusione fino a

tre anni. 

(omissis)

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