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Il diritto al risarcimento del c.d. danno catastrofale si distingue dal danno biologico temporaneo e può trasmettersi iure hereditatis

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Il diritto al risarcimento del c.d. danno catastrofale si distingue dal danno biologico temporaneo e può trasmettersi iure hereditatis

Cass. Civ., Sez. III, ord. 5 luglio 2019, n. 18056

IL CASO

Il Tribunale di Milano attribuiva la responsabilità di un sinistro stradale con esiti mortali ad una tra i comproprietari e conducente di uno degli autoveicoli coinvolti.

La sentenza veniva appellata dalla società che assicurava l’autoveicolo contro i rischi della responsabilità civile, che si dolse sia dell’attribuzione alla propria assicurata dell’intera responsabilità per l’accaduto, sia della stima dei danni, ritenuta eccessiva. 

La sentenza di prime cure veniva gravata altresì dell’appello incidentale proposto anche dall’altro comproprietario dell’autoveicolo, congiunto delle vittime.

Riuniti i due gravami, la Corte di Appello di Milano negava, tra l’altro, il riconoscimento in capo al ricorrente incidentale del diritto, dedotto come acquistato iure hereditatis, al risarcimento del danno non patrimoniale sorto in capo alla di lui figlia, atteso il periodo di sopravvivenza al sinistro della piccola vittima, ritenuto troppo breve.

Con uno dei motivi di ricorso, il ricorrente censurava pertanto la sentenza della Corte distrettuale, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c., per la violazione degli articoli 1226, 1227, 2043, 2056, 2059 c.c.. 

LA QUESTIONE GIURIDICA

Sulla scorta di una premessa di metodo, il giudice di legittimità richiama il solo valore descrittivo, e giammai perspicuo, che possono assumere espressioni quali danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno catastrofale”, coniate “dalla  troppo fervida fantasia di taluni interpreti” e che  non corrispondono ad alcuna categoria giuridica.

Il Collegio precisa come il danno da invalidità temporanea patito da chi sopravviva quodam tempore  ad una lesione personale mortale sia un danno biologico, suscettibile di accertamento con gli ordinari criteri della medicina legale. Di norma, esso sarà dovuto se la sopravvivenza supera le 24 ore ed andrà comunque liquidato avendo riguardo alle specificità del caso concreto.

La sofferenza patita da chi, cosciente e consapevole, percepisca la morte imminente è un danno non patrimoniale, da accertare invece con gli ordinari mezzi di prova e da liquidare in via equitativa con riguardo alle specificità del caso concreto. 

IL PRINCIPIO DI DIRITTO

La persona che, ferita, non muoia immediatamente, può acquistare e trasmettere agli eredi, pertanto, il diritto al risarcimento di due pregiudizi: il danno biologico temporaneo, che di norma sussisterà solo per sopravvivenze superiori alle 24 ore (tale essendo la durata minima, per convenzione medico-legale, di apprezzabilità dell’invalidità temporanea), che andrà accertato senza riguardo alla circostanza se la vittima sia rimasta cosciente; ed il danno non patrimoniale consistito nella formido mortis, che andrà accertato caso per caso, e potrà sussistere solo nel caso in cui la vittima abbia avuto la consapevolezza della propria sorte e della morte imminente. 

(Omissis)

6.  Il quarto motivo di  ricorso. 

6.1.  Il quarto motivo di ricorso è riferibile al solo Corneliu Ghinea. 

Con esso il ricorrente lamenta, ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c., 

la violazione degli articoli 1226, 1227, 2043, 2056, 2059 c.c.. 

Sostiene che erroneamente la Corte d’appello avrebbe rigettato la sua 

domanda di risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla 

propria figlia Beatrice nei tre giorni di sopravvivenza intercorsi fra il 

sinistro e la morte, danno il cui credito risarcitorio, sorto in capo alla 

piccola vittima, sarebbe stato da lui acquistato  jure haereditario. 

Assume che la Corte d’appello non avrebbe  “fornito alcuna seria 

risposta”  alla relativa domanda; che il risarcimento del danno in 

esame spetta alla vittima – e, per essa, ai suoi eredi – in tutte i casi in 

cui vi sia stato un apprezzabile lasso di tempo tra il ferimento e la 

morte; che nel caso di specie una sopravvivenza di tre giorni doveva 

ritenersi “apprezzabile”. 

6.1.1. La controricorrente società Allianz ha eccepito l’inammissibilità 

del motivo, per novità della questione in essa prospettata. 

L’eccezione è infondata: avendo infatti la Corte d’appello deciso su 

tale domanda (p. 8 della sentenza d’appello), non si vede come essa 

possa ritenersi “nuova” e formulata in questa sede per la prima volta. 

Ove, poi, la Allianz a p. 27 del proprio controricorso avesse inteso 

dolersi (il controricorso non è del tutto chiaro su questo punto) che la 

domanda di risarcimento del danno patito da Beatrice Ghinea, ed il 

cui credito fu acquisito  jure haereditario  dal padre, non era stata 

prospettata nemmeno in primo grado, essa avrebbe dovuto proporre 

un ricorso incidentale condizionato, inteso a censurare l’ultrapetizione 

in cui, in tesi, sarebbe incorsa la Corte d’appello. 

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Corte di Cassazione – copia non ufficialeR.G.N. 16907/17 

Udienza del 21 febbraio 2019 

6.2. Nel merito, il quarto motivo di ricorso è fondato, ma l’esame di 

esso impone una premessa di metodo. 

La tragica eventualità in cui una persona venga dapprima ferita in 

conseguenza d’un fatto illecito, ed in seguito muoia a causa delle 

lesioni, è stata in passato designata con varie espressioni, coniate 

dalla troppo fervida fantasia di taluni interpreti, e talora non rifiutate 

da questa Corte (“danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno 

catastrofale”, “danno esistenziale”). 

Queste espressioni non hanno alcuna dignità scientifica; sono usate in 

modo polisemico; sono talora anche etimologicamente scorrette 

(come l’espressione “danno tanatologico”). 

L’impiego di lemmi dal contenuto così ambiguo ingenera somma 

confusione ed impedisce qualsiasi seria dialettica, dal momento che 

ogni discussione scientifica è impossibile in assenza d’un lessico 

condiviso. 

L’esigenza del rigore linguistico come metodo indefettibile nella 

ricostruzione degli istituti è stata già segnalata dalle Sezioni Unite di 

questa Corte, allorché hanno indicato, come precondizione necessaria 

per l’interpretazione della legge, la necessità di  “sgombrare il campo 

di analisi da (…) espressioni sfuggenti ed abusate che hanno finito per 

divenire dei “mantra” ripetuti all’infinito senza una preventiva 

ricognizione e condivisione di significato (…),  [che]  resta oscuro e 

serve solo ad aumentare la confusione ed a favorire l’ambiguità 

concettuale nonché la pigrizia esegetica”  (sono parole di Sez. U, 

Sentenza n. 12310 del 15/06/2015). 

L’esame del quarto motivo di ricorso esige dunque, preliminarmente, 

la messa a fuoco di alcuni concetti fondamentali nella materia del 

danno non patrimoniale da uccisione. 

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Corte di Cassazione – copia non ufficialeR.G.N. 16907/17 

Udienza del 21 febbraio 2019 

6.3. La persona che, ferita, sopravviva  quodam tempore,  e poi muoia 

a causa delle lesioni sofferte, può patire un danno non patrimoniale. 

Questo danno può teoricamente manifestarsi in due modi, ferma 

restando la sua unitarietà quale concetto giuridico. 

Il primo è il pregiudizio derivante dalla lesione della salute; il secondo 

è costituito dal turbamento e dallo spavento derivanti dalla 

consapevolezza della morte imminente. 

Ambedue questi pregiudizi hanno natura non patrimoniale, come non 

patrimoniali sono tutti i pregiudizi che investono la persona in sé e 

non il suo patrimonio. 

Quel che li differenzia non è la natura giuridica, ma la consistenza 

reale: infatti il primo (lesione della salute): 

– ) ha fondamento medico legale; 

– ) consiste nella forzosa rinuncia alle attività quotidiane durante il 

periodo della invalidità; 

– ) sussiste anche quando la vittima sia stata incosciente. 

Il secondo, invece: 

– ) non ha fondamento medico legale; 

– ) consiste in un moto dell’animo; 

– ) sussiste solo quando la vittima sia stata cosciente e 

consapevole. 

6.4. Il danno alla salute che può patire la vittima di lesioni personali, 

la quale sopravviva  quodam tempore  e poi deceda a causa della 

gravità delle lesioni, dal punto di vista medico-legale può consistere 

solo in una invalidità temporanea, mai in una invalidità permanente. 

Il lemma “invalidità”, infatti, per secolare elaborazione medico-legale, 

designa uno stato menomativo che può essere transeunte (invalidità 

temporanea) o permanente (invalidità permanente). L’espressione 

“invalidità temporanea” designa lo stato menomativo causato da una 

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Corte di Cassazione – copia non ufficialeR.G.N. 16907/17 

Udienza del 21 febbraio 2019 

malattia, durante il decorso di questa. L’espressione “invalidità 

permanente” designa invece lo stato menomativo che residua dopo la 

cessazione d’una malattia. 

L’esistenza d’una malattia in atto e l’esistenza di uno stato di 

invalidità permanente non sono tra loro compatibili: sinché durerà la 

malattia, permarrà uno stato di invalidità temporanea, ma non v’è 

ancora invalidità permanente; se la malattia guarisce con postumi 

permanenti si avrà uno stato di invalidità permanente, ma non vi sarà 

più invalidità temporanea; se la malattia dovesse condurre a morte 

l’ammalato, essa avrà causato solo un periodo di invalidità 

temporanea (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; Sez. 3, 

Sentenza n. 5197 del 17/03/2015, Rv. 634697 – 01; così pure Sez. 3 

Sentenza n. 7632 del 16/05/2003, Rv. 563159, § 3.3 dei “Motivi della 

decisione”). 

6.5. Il danno biologico causato dall’invalidità temporanea consiste 

nella forzosa rinuncia, durante il periodo di malattia, alle ordinarie 

attività non spiacevoli cui la vittima si sarebbe altrimenti dedicata, se 

fosse rimasta sana. 

Per risalente convenzione medico-legale, il danno alla salute da 

invalidità temporanea si apprezza in giorni, mai in frazioni di giorni: 

sarebbe, infatti, un esercizio puramente teorico pretendere di dare un 

peso monetario alle attività di cui la vittima è stata privata, durante 

un periodo di sopravvivenza protrattosi per poche ore o per pochi 

minuti. 

Da quanto esposto consegue che in tanto la vittima di lesioni potrà 

acquistare il diritto al risarcimento del danno alla salute, in quanto 

abbia sofferto un danno alla salute medico legalmente apprezzabile, 

dal momento che per espressa definizione normativa, oltre che per 

risalente insegnamento della dottrina, il danno biologico è solo quello 

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“suscettibile di accertamento medico legale” (così l’art. 138 cod. ass.; 

conforme è la dottrina e l’ormai pluridecennale giurisprudenza di 

questa Corte). 

Ciò sul presupposto che il danno biologico non consiste nella mera 

lesione dell’integrità psicofisica, ma presuppone che tale lesione abbia 

compromesso l’esplicazione piena ed ottimale delle attività 

realizzatrici dell’individuo nel suo ambiente di vita, sicché  “una 

concreta perdita o riduzione di tali potenzialità può concretizzarsi 

soltanto nell’eventualità della prosecuzione della vita, in condizioni 

menomate, per un apprezzabile periodo di tempo successivamente 

alle lesioni. 

Consegue che, in difetto di una apprezzabile protrazione della vita 

successivamente alle lesioni, pur risultando lesa l’integrità fisica del 

soggetto offeso, non è configurabile un danno biologico risarcibile, in 

assenza di una perdita delle potenziali utilità connesse al bene salute 

suscettiva di essere valutata in termini economici”  (così già, tra le 

prime, Sez. 3, Sentenza n. 1704 del 25/02/1997, Rv. 502664 – 01). 

La conclusione è che nel caso di morte causata da lesioni personali, e 

sopravvenuta a distanza di tempo da queste, un danno biologico 

permanente è  inconcepibile. 

Quanto al ‘ danno biologico temporaneo, per potersene predicare 

l’esistenza sarà necessario Che la lesione della salute si sia protratta 

per un tempo apprezzabile, perché solo un tempo apprezzabile 

consente quell’ “accertabilità medico legale” che costituisce il 

fondamento del danno biologico temporaneo. 

Normalmente tale “lasso apprezzabile di tempo” dovrà essere 

superiore alle 24 ore, giacché come accennato è il “giorno” l’unità di 

misura medico legale della invalidità temporanea; ma in astratto non 

potrebbe escludersi  a priori l’apprezzabilità del danno in esame anche 

per periodi inferiori. 

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Udienza del 21 febbraio 2019 

Nell’uno, come nell’altro caso, lo stabilire se la vittima abbia patito un 

danno biologico “suscettibile di accertamento medico legale” è un 

giudizio di fatto riservato al giudice di merito, e non sindacabile in 

questa sede. 

Naturalmente, una volta accertata la sussistenza di un danno 

biologico temporaneo provocato da una lesione mortale, esso sarà 

risarcibile a prescindere dalla consapevolezza che la vittima ne abbia 

avuto, dal momento che quel pregiudizio consiste nella oggettiva 

perdita delle attività quotidiane (Sez. 3 – , Sentenza n. 21060 del 

19/10/2016, Rv. 642934 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 2564 del 

22/02/2012, Rv. 621706 – 01). 

6.6. La vittima di lesioni che, a causa di esse, deceda dopo una 

sopravvivenza  quodam tempore,  può poi patire, come accennato, un 

pregiudizio non patrimoniale di tipo diverso: la sofferenza provocata 

dalla consapevolezza di dovere morire. 

Questa sofferenza potrà essere multiforme, e potrà consistere nel 

provare – ad esempio – la paura della morte; l’agonia provocata dalle 

lesioni; il dispiacere di lasciar sole le persone care; la disperazione 

per dover abbandonare le gioie della vita; il tormento di non sapere 

chi si prenderà cura dei propri familiari, e così via, secondo le 

purtroppo infinite combinazioni di dolore che il destino può riservare 

al genere umano. Si tratta, insomma, di quel tipo di sofferenza che 

più e meglio d’ogni giurista seppe descrivere Luigi Pirandello nella 

celebre novella Il marito di mia moglie. 

L’esistenza stessa, e non la risarcibilità, del pregiudizio in esame, al 

contrario del danno alla salute, presuppone che la vittima sia 

cosciente. 

Se la vittima non sia consapevole della fine imminente, infatti, non è 

nemmeno concepibile che possa prefigurarsela, e addolorarsi per essa 

Pagina 29 

Corte di Cassazione – copia non ufficialeIn questa seconda ipotesi, poiché il danno risarcibile è rappresentato 

non dalla perdita delle attività cui la vittima si sarebbe dedicata, se 

fosse rimasta sana, ma da una sensazione dolorosa, la durata della 

sopravvivenza non è un elemento costitutivo del danno, né incide 

necessariamente sulla sua gravità. 

Anche una sopravvivenza di pochi minuti, infatti, può consentire alla 

vittima di percepire la propria fine imminente, mentre – al contrario – 

una lunga sopravvivenza in totale stato di incoscienza non 

consentirebbe di affermare che la vittima abbia avuto consapevolezza 

della propria morte (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; 

nonché Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008, Rv. 605494 – 01). 

Così, ad esempio, i passeggeri del volo GermanWings, che il 

24.3.2015 la lucida follia d’un pilota condusse a schiantarsi sui Pirenei, 

trascorsero solo sei minuti in cui ebbero la chiara percezione che il 

velivolo su cui si trovavano stava precipitando, e non v’era scampo: 

ma nessuno oserebbe negare che il timor panìco da essi provato in 

quella manciata di minuti non costituisca, per il nostro ordinamento, 

un danno risarcibile. 

6.7. In conclusione: 

-) le espressioni “danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno 

catastrofale” non corrispondono ad alcuna categoria giuridica, ma 

possono avere al massimo un valore descrittivo, e neanche preciso; 

– ) il danno da invalidità temporanea patito da chi sopravviva  quodam 

tempore  ad una lesione personale mortale è un danno biologico, da 

accertare con gli ordinari criteri della medicina legale. Di norma, esso 

sarà dovuto se la sopravvivenza supera le 24 ore, ed andrà 

comunque liquidato avendo riguardo alle specificità del caso concreto; 

– ) la sofferenza patita da chi, cosciente e consapevole, percepisca la 

morte imminente, è un danno non patrimoniale, da accertare con gli 

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Corte di Cassazione – copia non ufficialeR.G.N. 16907/17 

Udienza del 21 febbraio 2019 

ordinari mezzi di prova, e da liquidare in via equitativa avendo 

riguardo alle specificità del caso concreto. 

6.8. E’ alla luce di questi princìpi che può ora scrutinarsi il fondo del 

quarto motivo di ricorso. 

La Corte d’appello ha rigettato la domanda di risarcimento proposta 

da Corneliu Ghinea, ed avente ad oggetto il ristoro del pregiudizio 

patito dalla figlia nei tre giorni di sopravvivenza trascorsi tra il sinistro 

e la morte, con la seguente motivazione:  “nulla va riconosciuto  [a 

Corneliu Ghinea]  per la morte della minore Beatrice, figlia, dato il 

breve periodo di sopravvivenza della stessa post evento, di circa tre 

giorni”. 

Siffatta decisione viola effettivamente gli artt. 1223, 1226 e 2059 c.c.. 

6.8.1. In primo luogo, infatti, essa àncora la sussistenza del danno 

alla durata della sopravvivenza. Ma nella giurisprudenza di questa 

Corte, per quanto sopra esposto, la durata della sopravvivenza non è 

elemento costitutivo del danno consistente nell’aver provato la 

formido mortis.  La paura di morire può provarla anche chi sopravviva 

pochi minuti alla lesione; così come può restarne immune chi sia 

sopravvissuto per lungo tempo. 

La durata della sopravvivenza può essere un elemento indiziario dal 

quale desumere l’esistenza del pregiudizio (in base al rilievo che una 

sopravvivenza di pochi istanti, ad esempio, difficilmente lascia alla 

vittima la consapevolezza della propria sorte); e costituisce 

certamente un parametro di valutazione del  quantum debeatur.  Non 

costituisce, invece, elemento costitutivo dell’an  debeatur. 

6.8.2. In secondo luogo, per escludere l’esistenza del danno patito da 

Beatrice Ghinea il giudice di merito avrebbe dovuto accertare non già 

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Corte di Cassazione – copia non ufficialee non solo per quanto tempo sopravvisse, ma avrebbe dovuto 

accertare: 

– ) se la sopravvivenza superò le 24 ore, al fine di stabilire se si era 

prodotto un danno biologico da invalidità temporanea; 

– ) se la vittima conservò coscienza e consapevolezza della propria 

sorte, al fine di stabilire se vi fosse stato un danno non patrimoniale 

da lucida agonia. 

(Omissis)

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